giovedì, 22 novembre 2007 | in : recensioni, racconti, mortalmente consigliati, nere speranze

 

premio-carver

 

Chi è un po' addentro le vicende della narrativa d'autore sa che il Premio Carver è un occasione importante per lanciare giovani scrittori emergenti e portarli all'attenzione dell'editoria con la E maiuscola.

E' di questa mattina la notizia dell'assegnazione del premio di quest'anno e il vincitore è un amico nonché un assiduo collaboratore di questo blog, uno che macinerà molta strada. Il suo nome, segnatevelo sulla penultima di copertina del necronomicon, è

RAFFAELE DORI

TheHaunter @ 10:49 | commenti (4)(popup) | commenti (4)
sabato, 20 ottobre 2007 | in : recensioni, mortalmente consigliati

Due amiche entrambe studentesse, Marie e Alex, si recano a casa della famiglia di quest'ultima in mezzo alla campagna francese, per studiare in tranquillità. Una volta giunte verso l'imbrunire nella residenza dei Sorais, una villa rurale di ampie dimensioni, Marie viene fatta sistemare nella stanza degli ospiti. E' tardi e tutti vanno a dormire, tutti tranne Marie, che non riesce a prender sonno. Ad un tratto, proprio nel cuore della notte, un misterioso e corpulento individuo con indosso una sporca tuta da lavoro, arriva davanti all'abitazione con un vecchio furgoncino, suona il campanello e fa strage di gran parte dei Sorais. Si salveranno al massacro solo Marie ed Alex, la quale verrà rapita dal pazzo omicida. L'amica tenterà quindi di avvisare la polizia, dando così inizio al film che, tra un colpo di scena e l’altro, ci porterà sino allo scioccante finale.

La pellicola è diretta dal giovane Alexandre Aja che, assieme a Grègori Levasseur ne scrive anche la sceneggiatura. Haute Tension è il suo terzo lungometraggio dopo Over the Rainbow (1997) e Furia (2000). Gli attori principali sono le due ragazze, Marie (Cècile de France) e Alex (Maiwenn Le Besco), quest’ultima vista anche in Leon e Il quinto Elemento, entrambi di Luc Besson. Da segnalare il reparto effetti speciali affidato niente meno che al nostro Giannetto De Rossi, famoso per aver curato numerose pellicole, horror e non, tra cui molti dei lavori del grande Lucio Fulci. De Rossi è noto per creare degli ottimi effetti impiegati in sequenze efferate di estrema violenza, e in Haute Tension ne sono presenti alcune davvero disturbanti. La componente splatter non è infatti onnipresente nei 90 minuti circa della pellicola, ma quando c’è si fa sentire eccome in modo veramente esplicito. La colonna sonora, seppur abbastanza minimale è più che azzeccata, con percussioni tribali e suoni ripetitivi che accompagnano molti momenti in cui la tensione è a livelli altissimi.

Il killer, che fa la sua comparsa sin dalle prime sequenze, è un uomo di mezza età, un personaggio molto scaltro e implacabile; un misto tra Jason Voorhees e Terminator. Si tratta chiaramente di un folle con turbe sessuali ed è estremamente freddo e violento nelle sue uccisioni. La sua metodicità quasi senz’anima non può che farci venire in mente la parola "mattatoio" e l’atmosfera di lavoro meccanico che ne deriva. Il furgone del pazzo criminale è malandato e nero, molto simile a quello di Jeepers Creepers. Un feroce assassino che aggredisce delle persone in un posto isolato non suona assolutamente come una novità, ma è lodevole come Aja riesca a non far sentire mai allo spettatore il sapore del già visto, anzi, in molte sequenze dove ci sembra di sapere già con certezza quello che succederà, accadrà esattamente il contrario. Il regista adotta infatti un intelligente lavoro di stravolgimento delle aspettative basandosi proprio sui cliché classici dello slasher movie, deviandoli o contraddicendoli. Haute Tension significa "alta tensione", un titolo semplice ma comunque perfetto per delineare appieno il proposito principale che vuole raggiungere Aja, la tensione appunto. Il film tiene sulle spine dall’inizio alla fine e la violenza inaudita di alcune scene tende a togliere ogni resistenza dall’immedesimarsi nelle vittime. Questa recente (2003) produzione Francese della Alexandre Films in collaborazione con la Europa Corp., segna senz’altro un buon traguardo nel panorama Europeo e ancora una volta il cinema Francese crea un buon prodotto. Speriamo che l’Italia prenda esempio. Per quanto riguarda la distribuzione, al contrario del resto dell’Europa, nel nostro paese ancora non vi è traccia; si tratta però di un film recente e non si sa mai che prima o poi possa arrivare nei nostri cinema, o almeno in edizione home video. Speriamo, perché Haute Tension è un film da non perdere!
Curiosita': lo spietato assassino è interpretato da Philippe Nahon, classe 1938, il quale ha recitato in più di ottanta film per la maggior parte di produzione Francese, tra cui L’Odio di Kassovitz, in cui interpreta un ispettore di polizia.

Citazione:

"Je ne laisserais personne se mettre entre nous"

http://www.splattercontainer.com/view_recensione.php?ID=304

RaffaeleDori @ 17:16 | commenti (4)(popup) | commenti (4)
lunedì, 15 ottobre 2007 | in : recensioni, immagini, comics, kalem club, mortalmente consigliati

courttpb

Ebbene sì, anche il guru del fumetto indipendente inglese, il padre di V for Vendetta e Watchmen, l'autoproclamatosi mago, il cantautore, il romanziere, l'attore teatrale e tutte le altre reincarnazioni, è un grande estimatore dell'opera di HPL e ha dedicato almeno un racconto ai miti. Racconto che qualcuno ha pensato bene di trasformare subito in un fumetto. Il risultato è una graphic novel della Avatar che promette molto bene (in Italia è pubblicato dalla Magic Press). La sceneggiatura è curata da Antony Johnston (disegni di Jasen Burrows) ma l'ombra di Alan Moore (coinvolto come supervisore) aleggia su tutto il progetto.

TheHaunter @ 19:38 | commenti (7)(popup) | commenti (7)
giovedì, 11 ottobre 2007 | in : recensioni, immagini, comics, freaks, mortalmente consigliati

AlanMoorebyBryanTalbot

TheHaunter @ 13:42 | commenti (4)(popup) | commenti (4)
giovedì, 04 ottobre 2007 | in : recensioni, immagini, ambiente, freaks, oltre la soglia del sei

ATTENZIONE DI SEGUITO VIENE RIVELATA DEL TUTTO O IN PARTE LA TRAMA DELL'OPERA.

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Un razzo sperimentale, dopo essersi elevato a vertiginose altezze, cade in fiamme  in prossimità di un villaggio inglese per ragioni imprecisate. Accorre sul posto, insieme ai vigili del fuoco e alla polizia, il dottor Quatermass, inventore e costruttore del razzo, col suo aiutante, il dottor Briscoe.

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Quando la porta d'acciaio del razzo viene aperta, si presenta una strana figura: è Victor Carron, membro dell'equipaggio, che esce barcollando e cade a terra svenuto. Dei suoi compagni d'avventura non c'è traccia: un film, che è stato ripreso durante il percorso, rivela che nel razzo è entrato qualcosa, che ha avuto il potere di disintegrarli. Carron viene trasportato in una clinica, dove giace in stato di shock: vani sono gli sforzi dei medici per rianimare l'infelice, che si trasforma sotto i loro occhi. In particolare la sua mano, dopo il contatto con una pianta grassa, tende a prendere un aspetto vegetale e anticipa per dimensioni quella di Hellboy.

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Secondo il dottor Quatermass, l'astronave ha raggiunto un punto dello spazio dove esistono misteriose forze che hanno aggredito i tre uomini, chiusi nel razzo, ne hanno distrutti due, insediandosi nel corpo del terzo, del quale si sono serviti come di un mezzo di trasporto per giungere sulla terra ed invaderla. Sotto l'influenza di questa misteriosa forza, che è in lui, Carron s'avvicina agli esseri circostanti che vengono da lui come assorbiti. Sua moglie lo fa uscire dalla clinica, nella speranza di poterlo guarire, ma Carron comprende di costituire un pericolo anche per la moglie e fugge. La trasformazione procede in lui con sempre maggior rapidità: non ha più sembianze umane, è divenuto una cosa che incute spavento. Tutta la polizia è mobilitata per dare la caccia al mostro, che viene scorto sui tralicci d'un ponte nell'Abbazia di Westminster.

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Allacciati all'impalcatura i cavi ad alta tensione, il mostro è ucciso da una scarica elettrica potentissima.

L'umanità è salva. Anche questa volta gli stolti umani pensano di aver fermato il ritorno dei Grandi Antichi…poveri illusi, ah, ah, ah!

NightGaunt @ 09:59 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
martedì, 25 settembre 2007 | in : recensioni, mortalmente consigliati

Chissà se De Palma dopo aver visto i primi minuti di Sin City si è convinto che Josh Hartnett fosse la faccia giusta per il suo Black Dahlia; certo è però che il regista del New Jersey (reduce dall'insuccesso di "Femme fatale") ha deciso per un quartetto di attori (oltre al sopraccitato, Aaron Eckhart, Scarlett Johansson e Hilary Swank) che avessero la faccia abbastanza pulita da poterla sporcare di fango come l'omonimo libro di James Ellroy pretendeva che fosse.

Siamo insomma dalle parti di L.A. Confidential, il più famoso finora dei romanzi scritti da Ellroy e poi portati sul grande schermo. Anche qui due poliziotti, anche qui un gioco di rimandi, di personaggi prima accantonati e poi ripresi, di "femmes fatales", di soldi che spariscono e pallottole che partono da non si sa dove e di un climax crescente che accumula suspance e mistero fino all'ultima inquadrature. Solo che stavolta però il legame con le immancabili vittime è più morboso: Ellroy ha scritto il libro pensando all'omicidio della sua amata/odiata madre avvenuto quando era ancora giovane (non è infatti casuale la battuta rivolta al protagonista "Non mi sparerai mai. Non dimenticare a chi assomiglio. Perché quella ragazza…quella poveraccia morta…lei è tutto ciò che hai).

Nel tradurre il tutto sul grande schermo De Palma però non si limita a rievocare le atmosfere e ad accompagnare una narrazione, quella del libro, comunque molto cinematografica. Il suo linguaggio pretende un'unione dei due aspetti e così si impegna ad impregnare di significati ogni scena o semplice fotogramma del proprio lavoro. In questa comunità dove tutto è corrotto, in cui le stesse fondamenta delle case sono fatte di cartapesta, ogni personaggio nasconde la propria colpa. Nessuna tenda rimane bianca, neppure Bucky la cui "fortuna" proviene, nonostante tutto, da un incontro di boxe perso appositamente. Concetti sintetizzati (soprattutto) nella scena del ritrovamento del cadavere di Elizabeth Short che De Palma costruisce il fulcro centrale del proprio film. In questo lungo piano sequenza che tanto ricorda l'Orson Welles di "L'infernale Quinlain", abbiamo l'unione delle due storie che incrociandosi caratterizzeranno tutto il resto della narrazione. E così l'efferato omicidio dell'aspirante attrice si lega alla sparatoria che i due protagonisti intraprendono con due tizi di colore davanti ad un motel.

Lezione di regia, ma anche e soprattutto omaggio verso il genere noir. Black Dahlia è tutto questo: è il citare la Rita Hayworth protagonista di tanti film degli anni '50, è la scelta di nomi per i personaggi (dall'Emmett che ricorda lo scrittore pulp Hammett alla Key Lake variazione dell'Hitchockiana Veronica Lake di "Rebecca"), è il ricordo di "Blu dalia" (anch'esso con Veronica Lake) e il cadavere nella fontana di quello Scarface prima di Hawks e poi dello stesso De Palma. E'sua poi la voce fuoricampo dei filmini in cui i sogni e le disillusioni di Elizabeth Short trovano vita, ricordo e monito di quanto sotto le luci della magica Hollywoodland si rischi di trovare il rosso del sangue ed il nero della cronaca.

http://filmup.leonardo.it/theblackdahlia.htm

RaffaeleDori @ 17:44 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
giovedì, 20 settembre 2007 | in : recensioni, immagini, enigmi, kalem club, oltre la soglia del sei

copdjcCome funziona una recensione all'incontrario? E' molto semplice. Il sottoscritto che pubblica la recensione non deve fare quasi niente tranne proporre un titolo (LA CITTA' DEI MOSTRI, R. CORMAN, 1963), prepararsi un drink e accomodarsi in poltrona aspettando che arrivino commenti, recensioni, voti... insomma ci siamo capiti, la parola è a voi.

Ovviamente il film non è scelto a caso. C'è un caro amico molto malato (di mente, ca va sans dire) che ieri, in un raro momento di lucidità, balbettando ha ripetuto ossessi- vamente queste sillabe CI TA-DI-MO STRI-CI TA-DI-MO STRI-CI TA  DI-MO-STRI-CI-TA-DI-MO-STRI... per poi tornare muto per sempre. E se fosse una disperata richiesta di aiuto prima della fine? Una sciarada concettualmente incoerente che può essere decifrata solo rileggendo l'omonimo film in chiave psicotica? Anche il più  pericoloso dei pazzi ha diritto a un po' di misericordia.

QUESTA RECENSIONE PUO' SALVARE UNA VITA UMANA (O QUELLO CHE NE RESTA). DIVENTA ANCHE TU BAYWATCH!!

INVIA LA TUA RECENSIONE.

TheHaunter @ 08:49 | commenti (6)(popup) | commenti (6)
martedì, 31 luglio 2007 | in : recensioni, mortalmente consigliati

Alla periferia di Bucarest c'è una casa nella quale vive una giovane coppia. Lucas e Clementine si amano e vivono felici…finchè una notte cominciano a sentire strani rumori, vedere luci intermittenti nel giardino e si rendono conto di non essere soli. Chi si cela nell'oscurità? La coppia è davvero in pericolo o si tratta di uno stupido scherzo? Col passare dei minuti il mistero si dipana, ma riusciranno i due giovani a vedere l'alba?
Incredibile a dirsi, oggi è ancora possibile spaventare a morte il pubblico cinematografico, avvezzo e forse asettico di fronte anche alla scena più truculenta possibile, senza dover far versare (quasi) nemmeno una goccia di sangue. Questo "miracolo" riesce ai talentuosi autori di Them, film-fenomeno francese, che senza ricorrere a sequenze splatter od omicidi più o meno efferati, fa davvero paura. Tutto è minimale nella messa in scena: la location, il numero di attori, la durata, evidentemente, bastano le idee e una buona tecnica, elementi che qui non difettano di certo.
Il senso di immedesimazione con i due poveri protagonisti, ostaggi della loro casa, diventata una vera e propria trappola, è totale, l'utilizzo della camera a mano permette allo spettatore di vivere in prima persona le loro angoscianti vicissitudini. Il finale, drammatico ed emozionante, chiude un cerchio perfetto. David Moreau e Xavier Palud, i registi, già assoldati per dirigere il remake di The Eye e anche di questa loro illuminante opera, utilizzano strumenti datati ma sempre efficienti per creare tensione, cui si aggiunge poi una colonna sonora discreta ma capace di far sobbalzare sulla sedia quando serve.
Il fatto che la trama sia ispirata a una storia vera, rende l'intero film ancora più terrorizzante di quanto già non siano i settantasette, tiratissimi, minuti, nei quali i registi condensano un vero e proprio distillato di tensione e suspence che al cinema non si vedeva da tempo.
Dopo anni di atroci produzioni "teen" americane e pellicole orientali dall'altalenante qualità, tocca alla vecchia Europa rilanciare un genere caduto in disgrazia e Them assolve questo compito in maniera esemplare. Da non perdere.
(Riferimento pagina: http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=46897)

RaffaeleDori @ 15:53 | commenti (4)(popup) | commenti (4)
lunedì, 30 luglio 2007 | in : recensioni, mortalmente consigliati

The Addiction è un film diretto da Abel Ferrara nel 1995.
La pellicola è stata nominata per l' Orso d'oro al Festival di Berlino nel 1995 ed ha vinto il premio per la critica al Mystfest nello stesso anno.
Kathleen Conklin, una giovane studentessa newyorkese di filosofia, alla continua ricerca dell'origine del male, viene attratta all'interno di un gruppo di succhiatori di sangue e tramutata anch'essa in una vampira, a causa del morso di Casanova, un vampiro donna.
Per lei si aprirà un mondo delirante di sangue e di ansia esistenziale. Spinta dal bisogno primordiale di succhiare sangue assalirà i suoi amici ed i suoi compagni di studi e persino il suo stesso insegnante universitario.
Quando inizia a cacciare le sue prede nelle anguste strade di New York, assalirà un altro succhiatore di sangue, il vampiro Peina, che riesce a controllare la sua sete tramite il digiuno e la meditazione.
Dopo aver riguadagnato l'autocontrollo grazie agli insegnamenti di questo raffinato vampiro, Kathleen cercherà di tornare nel mondo cosiddetto normale conseguendo la laurea ed invitando ad una festa finale sia i suoi vecchi amici che i suoi nuovi compagni.
The addiction è un film solo parzialmente ascrivibile al genere cinema horror. Le tematiche toccate ne fanno un film drammatico di contenuto filosofico, nel quale il regista persegue una cupa analisi sull'origine e l'inevitabilità del male nel mondo. Il vampirismo, evidenziato nel sottotitolo italiano, getta una prospettiva horror assente nel titolo originale.
Il titolo è traducibile in italiano con La dipendenza: il riferimento diretto è quello alla droga, che parallelamente al vampirismo costituisce la metafora principale del film. Oggetto della dipendenza non è né la droga né il vampirismo, usate appunto come metafore, ma il male.
The addiction rappresenta, all'interno del percorso cinematografico di Abel Ferrara, un'altra tappa della sua analisi del rapporto fra bene e male e della possibilità di redenzione offerta all'uomo nel momento più cupo della sua esistenza. La redenzione, come anche in Il cattivo tenente, è rappresentata dalla "tentazione" cristiana, ossia dall'abbandono, spesso traumatico e disperato, alla rivelazione e all'opportunità di perdono data dalla figura di Gesù Cristo.
Diversamente dagli altri film di Ferrara, tuttavia, The addiction è il più nichilista e privo di speranza: non solo il male è indagato come onnipresente, inevitabile, costitutivo dell'uomo e della sua storia, ma anche la redenzione della protagonista è ostacolata, ed è raggiunta solo grazie a un annullamento del sé.

(Riferimento pagina: http://it.wikipedia.org/wiki/The_addiction_-_Vampiri_a_New_York)

RaffaeleDori @ 12:16 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
venerdì, 06 luglio 2007 | in : recensioni, oltre la soglia del sei

Hanging Rock, la roccia vulcanica che sorge isolata e improvvisa nella macchia australiana a nord di Melbourne, fu davvero teatro, nel 1900, dell'evento narrato in questo libro: la scomparsa mai spiegata di due fanciulle e una matura insegnante di college seguita dalla immediata rovina di tante esistenze a quelle vite collegate (o, usando la stessa cifra del racconto: la vendetta della pietra nera su chi credeva di forzarne la potenza e il mistero). Ma darne una lettura simbolica – pur nella molteplicità di simboli, che nelle pagine si offrono e si ritraggono -, dei rapporti segreti e numinosi tra il genere umano e la Madre terra, è fare qualcosa che forse Joan Lindsay non si proponeva. “Se Picnic a Hanging Rock sia realtà o fantasia, i lettori dovranno deciderlo per proprio conto. Poiché quel fatidico picnic ebbe luogo nel 1900 e tutti i personaggi che compaiono nel libro sono morti da molto tempo, la cosa pare non abbia importanza” scrive l’autrice, accennando alla forte intenzione di consegnare alla memoria, non tanto un fatto straordinario, denso di significati, ma un mito. Cioè a dire un evento originario, vivente e da vivere al di là del tempo, presente come modello e ammonizione. E in effetti, ciò che fu di Miranda, bella come un cigno, di Marion, della signorina Greta McCraw e di tutte le persone connesse all’Appleyard College possiede del mito l’incanto semplice e autosufficiente. Di uno dei rarissimi miti moderni, venuto inevitabilmente dall’ultima terra che l’uomo ha diviso con le viventi forze primordiali.

 

Joan Lindsay, australiana di Melbourne, ha scritto (oltre a Picnic a Hanging Rock, 1967, da cui il regista australiano Peter Weir ha tratto un celebre, omonimo, e fedele film) il libro di memorie Time Without Clocks(1962).


(Dal libro Picnic a Hanging Rock, di Joan Lindsay, ed. Sellerio editore Palermo)

RaffaeleDori @ 12:46 | commenti (7)(popup) | commenti (7)