Vieni. Prendimi la mano. Unisciti a noi. Scenderemo a piedi nudi. Fra i fiori di robinia che pure selvatici sono bellissimi, tanti e bianchi nei giorni di maggio. Sai, Jane, non li avevo mai visti, i fiori di robinia. Eppure esistevano, sono sempre esistiti. Intorno a me, per mille stagioni.
Abbiamo chitarre e margherite intrecciate per farne ghirlande. Ci sono la birra ed il vino, l’acqua di fonte non manca, sono anni che scorre pulita, e liscia le pietre. Nei boschi di Chambers.
Gireremo spinelli e rideremo di gusto. Hai una colt tatuata sul ventre, se cali il vestito la posso vedere. Mi piace la camicia coi fiori, che tolta la gonna se tu mi stai sopra svolazza alla brezza. Ci stanno aspettando. Ci sono anche Steve e la Mary con il mangiacassette, sono appena partiti; silenzio, li senti, questa musica è loro, lo sai che gli piacciono i Grateful Dead. Dammi la mano.
Scenderemo correndo, calcando la soffice erba, le dita allacciate, i lunghi capelli a seguirci nel vento. I laghi sorgivi riflettono pezzi di cielo tra rami infoltiti. L’aria è buona al tramonto sa di umida terra della sera che viene. Gli odori dei larici sono più densi.
Stanno aspettando. Aspettano tutti. Non avere paura. Ci stanno osservando come angeli buoni. Faremo dei fuochi al calar della notte, e potremo cantare e ballare ad oltranza, e fumare e dormire. Jane, mia bella, quale nome migliore. Hai gli occhi di mamma e la stessa bravura nel fare i biscotti. Le tue abili mani, pratiche in casa e nelle cose del sesso, nondimeno gentili, hanno nervi in rilievo a dipingerne il dorso.
Voglio che vieni. Sul tracciato del faggio, dell’albero grande, guadiamo i ruscelli e varchiamo il terreno di Martin Ronet. Ha lasciato la casa e gli attrezzi, anch’egli laggiù a guardare per aria avrà fatto volare il cappello. Lo sai che il sentiero è nascosto ed ombroso mentre curva a ponente, gonfio di foglie e di aroma di muschio. Chiudi gli occhi, respira, e gli orrori di My Lai diverranno lontani.
La radura compare improvvisa, una volta sbucati dal bosco, l’erba secca ha il colore del grano e il tepore del vento. È un segreto svelato, la piana, un dio antico al riparo di querce che allungano ombre fino a incrociarle. Nel suo grembo i misteri del mondo. L’hanno scelta per questo, ne sono sicuro.
Quanto sei bella. Sai di sole al tramonto e di nuvole bianche, di Bud, di Harley, di erba fumata al drive-in. Getta i sandali in aria, hai caviglie tornite. Si graffino i piedi, li curerò io, avvolgendoli in foglie di acero e baci.
Lo senti, il vociare degli altri: è tempo di andare. Unisciti a noi. Ciascuno farà come crede, solitario disteso sull’erba a fumare con brache rialzate, oppure congiunto in un atto d’amore, gonna rovescia e pendenti all’indietro; o in gruppo, armonica a bocca e balli sfrenati e canzoni. When my eyes were stabbed by the flash of a neon light split the night... and touched the sound of silence.
Se ne stanno lassù, appesi nel cielo da invisibili fili, immobili e zitti. Tutto è mutato, dove sono le cose di prima: governo, morale, istituzioni. Chi ci manda alla guerra s’è fatto piccino, c’è qualcuno più in alto. Venuto per noi.
Sorridi, mi piaci felice, mi piace osservarti danzare, ruotare la gonna, saltare, godere. Ho le tasche rigonfie di petali lilla da spargere a pioggia sopra il tuo capo. Sarai la più bella. Un fiore fra mille, ma quello centrale.
Sta giungendo l’estate, l’estate del mondo, vedremo colori frammenti di sogno. Hai la guancia rigata di rimmel. Ti devi fidare, fidare di me. Da brava, così, attenta al foulard, è caduto per terra. Vieni, corriamo.
Son belli i tuoi seni che ondeggiano sciolti. Piano, fa’ piano, abbassa la testa: qui i rami son bassi, non voglio che cadi. Sta’ dietro di me, che siamo arrivati. Il ruscello, le voci. Il passaggio è là sotto. Attendi un istante, ti voglio baciare. Hai lavato i capelli con shampoo alle rose.
Vinceremo la morte, con loro vicini non esiste vecchiaia. Sarai sempre bella, avrai senza fine il candore del giglio. Affacciati ora sul tempo infinito, su ciò che hai sperato. Attenta alle ortiche, e appena fuoriesci la china è scoscesa.
La radura è uno slargo di corpi nel verde, ritti o adagiati, multicolori; chi ride, chi gioca, siamo come bambini; chi ha fissato lo sguardo all’insù, sopraggiunto da poco e ancora stupito, nuovo all’amore venuto dal cosmo.
Sono maestosi. Sembrano prossimi ma coprono miglia in altissime quote. La loro imponenza grigio-smeraldo incute timore. Hanno acceso le luci: miriadi di luci, in cerchio agli scafi. Sequenze infinite, finestre affilate di un verde mai visto, tenue ed alieno. Il sole si è infranto sulle loro corazze, e declina fra i rami lontani. Voglio ammirarli da sotto, studiarne il telaio, in rughe sottili crepacci vastissimi.
Ti ho conosciuta in un giorno di marzo, bevevi aranciata alla festa di Susan. Non eri felice. In un giorno di maggio ti dono l’immenso. Tu occhi nocciola, adesso rapiti, su un collo disteso. Dammi la mano, arriviamo alle ombre.
Sei caduta in ginocchio, le mani sul grembo coi palmi rivolti agli dei. Si è alzato del vento e solleva i tuoi orli e i capelli. Mandi aroma di buono, di zucchero a velo. Jane, mia cara, qui siamo distanti, sul letto del prato c’è una vista migliore.
Levati, andiamo.
1970. Wisconsin. Regione di Cukor. Hippie appartenenti alla comune dei Song-P, sostennero di essere entrati in contatto con esseri alieni. Molti di loro furono arrestati per spaccio di sostanze stupefacenti. Ma pervennero testimonianze analoghe anche da un gruppo di agricoltori del luogo. Nelle radure di Cukor, i giorni dopo l’accaduto, furono rinvenute bruciature circolari del diametro di un campo da baseball, e nei dintorni si verificarono inspiegabili morie di bestiame.
A tutt’oggi il mistero di Chambers rimane insoluto.
Raffaele Dori, Maggio 2007