giovedì, 22 novembre 2007 | in : recensioni, racconti, mortalmente consigliati, nere speranze

 

premio-carver

 

Chi è un po' addentro le vicende della narrativa d'autore sa che il Premio Carver è un occasione importante per lanciare giovani scrittori emergenti e portarli all'attenzione dell'editoria con la E maiuscola.

E' di questa mattina la notizia dell'assegnazione del premio di quest'anno e il vincitore è un amico nonché un assiduo collaboratore di questo blog, uno che macinerà molta strada. Il suo nome, segnatevelo sulla penultima di copertina del necronomicon, è

RAFFAELE DORI

TheHaunter @ 10:49 | commenti (4)(popup) | commenti (4)
lunedì, 11 giugno 2007 | in : racconti

Vieni. Prendimi la mano. Unisciti a noi. Scenderemo a piedi nudi. Fra i fiori di robinia che pure selvatici sono bellissimi, tanti e bianchi nei giorni di maggio. Sai, Jane, non li avevo mai visti, i fiori di robinia. Eppure esistevano, sono sempre esistiti. Intorno a me, per mille stagioni.

Abbiamo chitarre e margherite intrecciate per farne ghirlande. Ci sono la birra ed il vino, l’acqua di fonte non manca, sono anni che scorre pulita, e liscia le pietre. Nei boschi di Chambers.

Gireremo spinelli e rideremo di gusto. Hai una colt tatuata sul ventre, se cali il vestito la posso vedere. Mi piace la camicia coi fiori, che tolta la gonna se tu mi stai sopra svolazza alla brezza. Ci stanno aspettando. Ci sono anche Steve e la Mary con il mangiacassette, sono appena partiti; silenzio, li senti, questa musica è loro, lo sai che gli piacciono i Grateful Dead. Dammi la mano.

Scenderemo correndo, calcando la soffice erba, le dita allacciate, i lunghi capelli a seguirci nel vento. I laghi sorgivi riflettono pezzi di cielo tra rami infoltiti. L’aria è buona al tramonto sa di umida terra della sera che viene. Gli odori dei larici sono più densi.

Stanno aspettando. Aspettano tutti. Non avere paura. Ci stanno osservando come angeli buoni. Faremo dei fuochi al calar della notte, e potremo cantare e ballare ad oltranza, e fumare e dormire. Jane, mia bella, quale nome migliore. Hai gli occhi di mamma e la stessa bravura nel fare i biscotti. Le tue abili mani, pratiche in casa e nelle cose del sesso, nondimeno gentili, hanno nervi in rilievo a dipingerne il dorso.

Voglio che vieni. Sul tracciato del faggio, dell’albero grande, guadiamo i ruscelli e varchiamo il terreno di Martin Ronet. Ha lasciato la casa e gli attrezzi, anch’egli laggiù a guardare per aria avrà fatto volare il cappello. Lo sai che il sentiero è nascosto ed ombroso mentre curva a ponente, gonfio di foglie e di aroma di muschio. Chiudi gli occhi, respira, e gli orrori di My Lai diverranno lontani.

La radura compare improvvisa, una volta sbucati dal bosco, l’erba secca ha il colore del grano e il tepore del vento. È un segreto svelato, la piana, un dio antico al riparo di querce che allungano ombre fino a incrociarle. Nel suo grembo i misteri del mondo. L’hanno scelta per questo, ne sono sicuro.

Quanto sei bella. Sai di sole al tramonto e di nuvole bianche, di Bud, di Harley, di erba fumata al drive-in. Getta i sandali in aria, hai caviglie tornite. Si graffino i piedi, li curerò io, avvolgendoli in foglie di acero e baci.

Lo senti, il vociare degli altri: è tempo di andare. Unisciti a noi. Ciascuno farà come crede, solitario disteso sull’erba a fumare con brache rialzate, oppure congiunto in un atto d’amore, gonna rovescia e pendenti all’indietro; o in gruppo, armonica a bocca e balli sfrenati e canzoni. When my eyes were stabbed by the flash of a neon light split the night... and touched the sound of silence.

Se ne stanno lassù, appesi nel cielo da invisibili fili, immobili e zitti. Tutto è mutato, dove sono le cose di prima: governo, morale, istituzioni. Chi ci manda alla guerra s’è fatto piccino, c’è qualcuno più in alto. Venuto per noi.

Sorridi, mi piaci felice, mi piace osservarti danzare, ruotare la gonna, saltare, godere. Ho le tasche rigonfie di petali lilla da spargere a pioggia sopra il tuo capo. Sarai la più bella. Un fiore fra mille, ma quello centrale.

Sta giungendo l’estate, l’estate del mondo, vedremo colori frammenti di sogno. Hai la guancia rigata di rimmel. Ti devi fidare, fidare di me. Da brava, così, attenta al foulard, è caduto per terra. Vieni, corriamo.  

Son belli i tuoi seni che ondeggiano sciolti. Piano, fa’ piano, abbassa la testa: qui i rami son bassi, non voglio che cadi. Sta’ dietro di me, che siamo arrivati. Il ruscello, le voci. Il passaggio è là sotto. Attendi un istante, ti voglio baciare. Hai lavato i capelli con shampoo alle rose.

Vinceremo la morte, con loro vicini non esiste vecchiaia. Sarai sempre bella, avrai senza fine il candore del giglio. Affacciati ora sul tempo infinito, su ciò che hai sperato. Attenta alle ortiche, e appena fuoriesci la china è scoscesa.  

La radura è uno slargo di corpi nel verde, ritti o adagiati, multicolori; chi ride, chi gioca, siamo come bambini; chi ha fissato lo sguardo all’insù, sopraggiunto da poco e ancora stupito, nuovo all’amore venuto dal cosmo.  

Sono maestosi. Sembrano prossimi ma coprono miglia in altissime quote. La loro imponenza grigio-smeraldo incute timore. Hanno acceso le luci: miriadi di luci, in cerchio agli scafi. Sequenze infinite, finestre affilate di un verde mai visto, tenue ed alieno. Il sole si è infranto sulle loro corazze, e declina fra i rami lontani. Voglio ammirarli da sotto, studiarne il telaio, in rughe sottili crepacci vastissimi.

Ti ho conosciuta in un giorno di marzo, bevevi aranciata alla festa di Susan. Non eri felice. In un giorno di maggio ti dono l’immenso. Tu occhi nocciola, adesso rapiti, su un collo disteso. Dammi la mano, arriviamo alle ombre.

Sei caduta in ginocchio, le mani sul grembo coi palmi rivolti agli dei. Si è alzato del vento e solleva i tuoi orli e i capelli. Mandi aroma di buono, di zucchero a velo. Jane, mia cara, qui siamo distanti, sul letto del prato c’è una vista migliore.

Levati, andiamo.

 

1970. Wisconsin. Regione di Cukor. Hippie appartenenti alla comune dei Song-P, sostennero di essere entrati in contatto con esseri alieni. Molti di loro furono arrestati per spaccio di sostanze stupefacenti. Ma pervennero testimonianze analoghe anche da un gruppo di agricoltori del luogo. Nelle radure di Cukor, i giorni dopo l’accaduto, furono rinvenute bruciature circolari del diametro di un campo da baseball, e nei dintorni si verificarono inspiegabili morie di bestiame.
A tutt’oggi il mistero di Chambers rimane insoluto.

Raffaele Dori, Maggio 2007

RaffaeleDori @ 18:37 | commenti (6)(popup) | commenti (6)
venerdì, 13 aprile 2007 | in : racconti, cartoon, kalem club

Ma cara quello in frigo non é un polipo!

cthulhu_aahhh

AAAAAaaaaahhhhhhhh!!!!!!!

Fine

NightGaunt @ 10:10 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
venerdì, 23 marzo 2007 | in : racconti, testimonianze

Cari affezionatissimi,

ieri sera ero a farmi una birretta in un pub che frequento con assiduità... voi direte: "e chi se ne frega!?". E fate male. Perché sul rustico tavolino che ospitava le nostre pinte giaceva un manoscritto che ha colpito subito la mia attenzione attenuata da alcol e sonnolenza, ridestando la voglia di esplorare le nostre lande alla ricerca degli Altri. Riporto un breve brano che trascrivo con relativa indicazione degli autori (che non conosco e non so di che si occupino 'veramente') e di una loro mostra d'arte ad Arona (NO).

“I Figli Dellago sfilano silenziosi dai loro giacigli durante la notte, scivolano come tante ombre affamate fino alla porta dell’arte, e lì fluttuano, annegati nei fondali torbidi dell’ispirazione, sospinti da correnti profonde, sedotti e distrutti da ninfe chimiche e assordanti.”
Nei riti di purificazione l’Uomo s’immerge nell’acqua - mare, fiume, lago - seppellito con tutti i peccati riemerge, mondato e pulito di tutto, innocente. E’ una rinascita, è un nuovo inizio."

...

“I Figli Dellago rincasano, sporchi del loro viaggio. Nelle mani il sapore della materia, nelle vene ronza instabile la corruzione. La porta del lago, dell’ago, respira in loro. I Figli Dellago sono la porta, i Figli Dellago sono gli Untori. Guardate: per terra, ai piedi del letto, una fanghiglia di umori malsani si snoda in un cordone ombelicale fino a svenire nel ventre lacustre dell’Arte, come una lingua di impronte segnate da passi intricati e maligni presagi che avvolge il destino di questi Fratelli, affogandoli ineluttabilmente nell’abisso Dellago, del lago, dell’ago." - Luigi Pellini

http://www.teknemedia.net/art-atlante/regioni/piemonte/mostra/21045.html

A presto popolo delle tombe

NightGaunt @ 10:10 | commenti (5)(popup) | commenti (5)
venerdì, 09 marzo 2007 | in : racconti

Trecchina (PZ), Villaggio “Valle del Noce”, alba del giorno dopo…

 

Miei cari, carissimi amici,

dopo il lungo silenzio ritorno al racconto di quella tragica estate, sospeso temporaneamente perché riportare alla mente quelle scene e sensazioni ha fatto riemergere tutta la PAURA...

Dopo la terribile notte della mazzarella, passata senza chiudere occhio nella frenesia di una festa basata su antichi occulti riti propiziatori verso esseri dominatori della terra in ere lontane, solo l’alcool ha dato forza ai nostri eroi per arrivare all’alba.

E poi la corsa per fare le valige in tutta fretta e fuggire, fuggire, fuggire... senza farsi domande, senza guardarsi indietro, senza più poter vivere serenamente…non prima però di esser passati alla reception per saldare il conto, il conto con il destino.

Ed ecco l’uomo (?), il dio deforme di quel villaggio fuori dal tempo e dal mondo, che ci aspetta sulla soglia. Il sinistro sorriso sulle gigantesce labbra e la voce cavernosa che… "vi aspetto il prossimo anno, per nuovi baccanali e feste. Cercate di non mancare!”… e la lingua che si muove da destra a sinistra e le narici che si dilatano per sentire ancora una volta l’odore della paura e della carne viva, ma che già sogna a frollire…

 pesce

…l’anno dopo

(da un giornale locale)

 

“A seguito dell’improvvisa morte nel mese di agosto del Dott. Domenico Pesce, geniale e bizzarro personaggio della vita trecchinese e proprietario del Villaggio Turistico “Valle del Noce”, che i più ricordano per la fiorente presenza di ospiti che seppe attrarre nel piccolo centro negli anni 80, molte sono le attenzioni che ristoratori ed imprenditori locali vanno manifestando verso un vero e proprio patrimonio tutto da incrementare.
Il Dott. Pesce da sempre noto come “Memè”, commercialista affermato nella città di Roma, ebbe la geniale trovata in quegli anni di costruire il noto villaggio lungo la strada che collega Trecchina a Parrutta, con l’ambizione e la speranza di creare per il proprio paese d’origine l’opportunità di sviluppo turistico da sempre in ritardo.
Ed in effetti in quegli anni Trecchina ebbe una vera e propria evoluzione, un incremento improvviso di turisti e di serate ideate ed animate dalla fantasia dello stesso Pesce che resteranno per sempre nella memoria dei trecchinesi.”
NightGaunt @ 11:19 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
martedì, 20 febbraio 2007 | in : racconti

Affezionatissimi tutti,

dove eravamo rimasti? Ah sì. Ecco l’immondo essere, il Pesce, che ci parla ma noi non sentiamo, non capiamo, estasiati nel terrore delle sue forme e dimensioni terribili eppure quasi comiche. Intellegiamo solo qualche cosa. Amabilmente, con suadente voce "di mare", ci vuol dire che il rigagnolo d’acqua sgorgante dallo scaldabagno su scoperti fili elettrici è un normale sistema di raffreddamento ed anche tutte le altre oscenità dell’alloggio fanno parte della rustica ambientazione da lui graziosamente predisposta per allietare il nostro soggiorno. E se ne va. E sembra quasi tutto non sia accaduto. Troppo veloce ed irreale per quattro ragazzi padani impreparati alla canicola agostana del trecchinese. Ma la notte ci avrebbe svelato il vero volto del villaggio. Verso le dieci della sera la stessa ittica voce con l’ausilio di un gracchiante megafono chiama lo spaurito popolo di ospiti verso l’anfiteatro posto alla base dell'orrido declivio del villaggio. Ansima: “venite, dai che ci divertiamo con il gioco della mazzarella, dai venite tutti che se no devo venire io a prendervi…ah, ah, ahhhh”. E così, mentre noi siamo rintanati dietro a macilente persiane ed osserviamo la notte che allunga i suoi artigli, ignare famiglie si dirigono verso l’anfiteatro per nutrire le voglie di protagonismo del padrone dell’acquario…

poveri stolti, ingenui esseri umani che vi apprestate a diventare mangime... mangime per il Pesce!

NightGaunt @ 15:14 | commenti (1)(popup) | commenti (1)
giovedì, 08 febbraio 2007 | in : racconti

Trecchina (PZ), Villaggio “Valle del Noce”, ore 19:30…

L’ingresso del villaggio ricorda un po' le caserme della Bosnia dopo i bombardamenti causati dal conflitto del ’92… rigido stile esteuropeo miscelato ad un gusto un po' gitano. Ma un sorridente stewart ci accoglie con la tipica parlata partenopea e dopo averci consegnato la chiave della prestigiosa residenza, ci chiede di raggiungerla in auto. Affronto quindi con la mia vettura una tremenda discesa a quasi l’80% di pendenza e arrivo con freni fumanti di fronte all’alloggio a noi destinato. Sembra un incubo, surreale e potentissimo: il “villino” è proprio come ci era stato presentato e descritto con tanto di depliants inviatici per fax, con solo un piccolo problema, le proporzioni…tutte le dimensioni, fino ad ora solo immaginate, sono distorte e rimpicciolite come in un dipinto di Escher: porta d’ingresso alta 1,6m, ingresso con cucina grande come uno sgabuzzino, bagno largo esattamente come la porta d’accesso e privo di ogni apertura d’areazione, stanza da letto con soppalcatura raggiungibile tramite comoda scala con pendenza del 95% (praticamente una scala a pioli). Ma sono i dettagli ad impressionarci positivamente, come lo scaldabagno che perde acqua direttamente sui fili dell’elettricità, oppure lo sciacquone del water che una volta azionato non smette più di zampillare acqua in tutto il bagno per un paio d’ore, oppure i silenziosi vicini napoletani con 5/7 figli dai 3 ai 10 anni, o ancora gli inquilini già abitanti il “villino”: aracnidi da 5kg in assetto anti-sommossa…Va bè che ci si adatta a tutto, ma vista la situazione, telefono alla mano, chiamiamo la direzione che ci promette un  sopralluogo immediato del Titolare. Verso l’imbrunire, già pentiti della telefonata e chini in preghiera serale, sentiamo quindi avvicinarsi un mezzo agricolo le cui vibrazioni fanno sbriciolare sulle nostre teste i resti dell’intonaco dell’edificio e quindi ci affacciamo tosto alla porta. Ciò che vediamo non riesco ancora compiutamente a spiegarlo: una diung baghi accesa senza marmitta da cui scende un essere enorme e privo di forma oltre che di fattezze umane. Alto 2 metri e con una stazza di oltre 200 kg, una testa come un ariete, cinta da una chioma rada di capelli lunghissimi e ricchi di sebo, che non ne vogliono sapere di coprirne la sommità, sul cui lato anteriore si spalanca un'apertura sdentata con un beffardo e terribile ghigno da cui si sprigionano gorgoglii sinistri. Mentre la "creatura" al cellulare cerca indebitamente di attribuire colpe a qualche malcapitato subalterno, capiamo di trovarci di fronte il terribile Dott. Pesce!

NightGaunt @ 17:22 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
mercoledì, 07 febbraio 2007 | in : racconti

 

Miei affezionatissimi amici,

è difficile anche solo riportare alla mente quanto accadde nella splendente estate dell’anno 1.002.002 (circa) di Nostro Signore Cthulhu, ovvero 2002 d.c. secondo il breve calendario cristiano.

Fino ad ora non ho più avuto il coraggio di ripensare a quegli intensi momenti di paura, che hanno lasciato però un segno indelebile nella mia mente e nel mio modo di vedere il mondo, e nemmeno quando incontro i miei compagni di sventura riesco anche solo a nominare luoghi o fatti di quella spettrale manifestazione dell'incubo più nero. Ora spero che queste mie poche e, scuserete, sconclusionate righe possano da un lato servire a tenervi lontani da quegli infausti luoghi ma soprattutto vi permettano di credere finalmente ed incondizionatamente all’esistenza dei Grandi Antichi: io ne ho visto uno, grande e potentissimo! Aiutatemi vi prego…

Maratea (PZ), ore 17:30…

Dopo il lungo viaggio di quasi 1000 km affrontato a tutta velocità in compagnia dell'amico Jack eccoci giunti in quello splendido tratto tirrenico della Basilicata che prende il nome di Golfo di Policastro o di Maratea, splendido e nobile borgo lucano. Il sole, il profumo del mare, i panfili ormeggiati al porto, gli allegri schiamazzi dei bagnanti: insomma apparentemente un’estate senza ombre che si profilano all’orizzonte. Chiediamo ad un passante la strada per il villaggio “Valle del Noce” e lui ci indica una strada che si inerpica nell’entroterra verso selvaggi e oscuri boschi, e precisa che il luogo si chiama “Villaggio Pesce”. Noi proseguiamo lungo la strada indicataci, ignari dei futuri accadimenti…domandandoci cosa c'entri il “Pesce” con una residenza in mezzo ai monti…
NightGaunt @ 16:07 | commenti (1)(popup) | commenti (1)