martedì, 31 luglio 2007 | in : recensioni, mortalmente consigliati

Alla periferia di Bucarest c'è una casa nella quale vive una giovane coppia. Lucas e Clementine si amano e vivono felici…finchè una notte cominciano a sentire strani rumori, vedere luci intermittenti nel giardino e si rendono conto di non essere soli. Chi si cela nell'oscurità? La coppia è davvero in pericolo o si tratta di uno stupido scherzo? Col passare dei minuti il mistero si dipana, ma riusciranno i due giovani a vedere l'alba?
Incredibile a dirsi, oggi è ancora possibile spaventare a morte il pubblico cinematografico, avvezzo e forse asettico di fronte anche alla scena più truculenta possibile, senza dover far versare (quasi) nemmeno una goccia di sangue. Questo "miracolo" riesce ai talentuosi autori di Them, film-fenomeno francese, che senza ricorrere a sequenze splatter od omicidi più o meno efferati, fa davvero paura. Tutto è minimale nella messa in scena: la location, il numero di attori, la durata, evidentemente, bastano le idee e una buona tecnica, elementi che qui non difettano di certo.
Il senso di immedesimazione con i due poveri protagonisti, ostaggi della loro casa, diventata una vera e propria trappola, è totale, l'utilizzo della camera a mano permette allo spettatore di vivere in prima persona le loro angoscianti vicissitudini. Il finale, drammatico ed emozionante, chiude un cerchio perfetto. David Moreau e Xavier Palud, i registi, già assoldati per dirigere il remake di The Eye e anche di questa loro illuminante opera, utilizzano strumenti datati ma sempre efficienti per creare tensione, cui si aggiunge poi una colonna sonora discreta ma capace di far sobbalzare sulla sedia quando serve.
Il fatto che la trama sia ispirata a una storia vera, rende l'intero film ancora più terrorizzante di quanto già non siano i settantasette, tiratissimi, minuti, nei quali i registi condensano un vero e proprio distillato di tensione e suspence che al cinema non si vedeva da tempo.
Dopo anni di atroci produzioni "teen" americane e pellicole orientali dall'altalenante qualità, tocca alla vecchia Europa rilanciare un genere caduto in disgrazia e Them assolve questo compito in maniera esemplare. Da non perdere.
(Riferimento pagina: http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=46897)

RaffaeleDori @ 15:53 | commenti (4)(popup) | commenti (4)
lunedì, 30 luglio 2007 | in : recensioni, mortalmente consigliati

The Addiction è un film diretto da Abel Ferrara nel 1995.
La pellicola è stata nominata per l' Orso d'oro al Festival di Berlino nel 1995 ed ha vinto il premio per la critica al Mystfest nello stesso anno.
Kathleen Conklin, una giovane studentessa newyorkese di filosofia, alla continua ricerca dell'origine del male, viene attratta all'interno di un gruppo di succhiatori di sangue e tramutata anch'essa in una vampira, a causa del morso di Casanova, un vampiro donna.
Per lei si aprirà un mondo delirante di sangue e di ansia esistenziale. Spinta dal bisogno primordiale di succhiare sangue assalirà i suoi amici ed i suoi compagni di studi e persino il suo stesso insegnante universitario.
Quando inizia a cacciare le sue prede nelle anguste strade di New York, assalirà un altro succhiatore di sangue, il vampiro Peina, che riesce a controllare la sua sete tramite il digiuno e la meditazione.
Dopo aver riguadagnato l'autocontrollo grazie agli insegnamenti di questo raffinato vampiro, Kathleen cercherà di tornare nel mondo cosiddetto normale conseguendo la laurea ed invitando ad una festa finale sia i suoi vecchi amici che i suoi nuovi compagni.
The addiction è un film solo parzialmente ascrivibile al genere cinema horror. Le tematiche toccate ne fanno un film drammatico di contenuto filosofico, nel quale il regista persegue una cupa analisi sull'origine e l'inevitabilità del male nel mondo. Il vampirismo, evidenziato nel sottotitolo italiano, getta una prospettiva horror assente nel titolo originale.
Il titolo è traducibile in italiano con La dipendenza: il riferimento diretto è quello alla droga, che parallelamente al vampirismo costituisce la metafora principale del film. Oggetto della dipendenza non è né la droga né il vampirismo, usate appunto come metafore, ma il male.
The addiction rappresenta, all'interno del percorso cinematografico di Abel Ferrara, un'altra tappa della sua analisi del rapporto fra bene e male e della possibilità di redenzione offerta all'uomo nel momento più cupo della sua esistenza. La redenzione, come anche in Il cattivo tenente, è rappresentata dalla "tentazione" cristiana, ossia dall'abbandono, spesso traumatico e disperato, alla rivelazione e all'opportunità di perdono data dalla figura di Gesù Cristo.
Diversamente dagli altri film di Ferrara, tuttavia, The addiction è il più nichilista e privo di speranza: non solo il male è indagato come onnipresente, inevitabile, costitutivo dell'uomo e della sua storia, ma anche la redenzione della protagonista è ostacolata, ed è raggiunta solo grazie a un annullamento del sé.

(Riferimento pagina: http://it.wikipedia.org/wiki/The_addiction_-_Vampiri_a_New_York)

RaffaeleDori @ 12:16 | commenti (3)(popup) | commenti (3)
lunedì, 23 luglio 2007 | in : immagini, testimonianze

The Haunter Was There!


norwayFlag
TheHaunter @ 22:33 | commenti (10)(popup) | commenti (10)
giovedì, 19 luglio 2007 | in : poesia, kalem club
XXIII

Non so se e' mai esistito,
quel mondo perduto galleggiante sulle correnti del Tempo,
io lo vedo spesso, avvolto nella nebbia purpurea,
luccicante sul fondo di qualche sogno indistinto.
C'erano strane torri e curiosi fiumi ondeggianti,
labirinti di meraviglie, e basse volte di luce,
e cieli intrecciati di fiamma, come quello che freme
appena prima del calare di una notte d'inverno.

Estese brughiere lungo le rive deserte coperte dai falaschi,
dove volavano i grandi uccelli, mentre su una collina ventosa
sorgeva un villaggio, antico e di pietra bianca,
con il fragore serale delle campane che ancora continuo ad udire.
Non so che terra sia, e non oso
chiedermi quando e perche' io vi sia stato, o vi dovro' andare.
Clarissa19x9 @ 15:20 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
martedì, 17 luglio 2007 | in : immagini, testimonianze
10472163
Everywhere i go

AkershusVestbySon05_g
I see a lot of

AkershusVestbySon02_g
fishmen...

innsmouth
TheHaunter @ 23:56 | commenti (10)(popup) | commenti (10)
sabato, 14 luglio 2007 | in : immagini, testimonianze
A poca distanza da qui c'e' un museo dove e' conservata la zattera di balsa (KON-TIKI) con cui 5 marinai della nostra epoca hanno tentato di raggiungere la Polinesia salpando dall'America meridionale.
Correva l'anno 1947, ottomila chilometri dal Peru' all'isola di Raroia, 101 giorni di viaggio, un'impresa mai tentata prima e mai ripetura dopo di allora.
Una sfida alla sorte e agli umani limiti di resistenza solo per dimostrare che per gli uomini che vivevano in America prima di Colombo era possibile fare la stessa cosa. Navigare dall'America alla Polinesia.



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Sono due giorni che una domanda terribile mi tiene sveglio. Ma perche' dei selvaggi, degli agricoltori che vedevano l'oceano come una divinita' terribile e capricciosa, che battevano le coste solo per pescare qualche squalo, perche' avrebbero dovuto fare ottomila kilometri rischiando la propria vita per andare incontro all'ignoto? Che cosa puo' spingere degli uomini a tanto?

CHE COSA?

TheHaunter @ 11:50 | commenti (7)(popup) | commenti (7)
giovedì, 12 luglio 2007 | in : immagini, testimonianze
Da ieri notte sto dormendo dentro il Citroen.
Ma chi e' la misteriosa donna sulla porta? Perche' dimora in mezzo alla foresta dove vive raccogliendo funghi e bacche? Ma soprattutto perche' ospita viaggiatori da mezza Europa?


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Spero di trovare presto una risposta a queste mie domande prima che, tra infinite distese di roccia incrostata di verde e un mondo di orrori silvani, uno studioso con detestabili interessi si rotoli dispera- tamente e svenendo sussurri:
Y'ai 'ng'ngah, ogthrod ai'f!
 
TheHaunter @ 16:07 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
martedì, 10 luglio 2007 | in : poesia
XXIV

In qualche posto nel mio sogno c'e' un posto malsano
dove alte costruzioni deserte sorgono lungo
un profondo, nero e stretto canale
dalle acque oleose e maleodoranti di cose paurose.
Al di sopra antichi vicoli si incrociano e
si dipanano in strade semisconosciute.
E la debole luce lunare spande un bagliore spettrale
sulle lunghe file di finestre, buie e morte.

Nessun rumore di passi, unico soffice suono
quello dell'acqua oleosa che scivola
sotto i ponti di pietra e lungo le pareti
del canale, verso il bordo di qualche vago oceano.
Nessuno può dire quando quella corrente lavò via
quella regione persa nei sogni, dal mondo dell'argilla.
Clarissa19x9 @ 06:19 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
domenica, 08 luglio 2007 | in : catechismo, kalem club

Per chi non sa cosa leggere sotto l'ombrellone, posso consigliare tre recenti saggi su HPL che non possono mancare nella biblioteca elettronica del cultista.
Peraltro 2 dei 3 sono scritti da italiani (e non i soliti italiani: Fusco, De Turris ecc.) a dimostrazione di un crescente e diffuso interesse, anche nel nostro paese, per la Lovecraft Renaissance.

Il primo è l'imprescindibile saggio di Michel Houllebecq, per la verità non più tanto recente (2001), di cui adesso però si può leggere un estratto a questo indirizzo

SAGGIO #1

Il secondo è un'introduzione di Valerio Evangelisti per una nuova edizione de Il caso di Charles Dexter Ward, in cui il noto scrittore e sceneggiatore analizza i riferimenti magici ed esoterici contenuti nel racconto.

SAGGIO #2

Il terzo e ultimo è ad opera di Giuseppe Genna che sviluppa una dotta discettazione sul trattamento che HPL riservava ai suoi personaggi.

SAGGIO #3
 

Colgo l'occasione per augurare a tutti buone vacanze, se i Divoratori dello Spazio saranno clementi ricevete presto mie notizie da …


... l’ALTROVE.

TheHaunter @ 15:26 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
venerdì, 06 luglio 2007 | in : recensioni, oltre la soglia del sei

Hanging Rock, la roccia vulcanica che sorge isolata e improvvisa nella macchia australiana a nord di Melbourne, fu davvero teatro, nel 1900, dell'evento narrato in questo libro: la scomparsa mai spiegata di due fanciulle e una matura insegnante di college seguita dalla immediata rovina di tante esistenze a quelle vite collegate (o, usando la stessa cifra del racconto: la vendetta della pietra nera su chi credeva di forzarne la potenza e il mistero). Ma darne una lettura simbolica – pur nella molteplicità di simboli, che nelle pagine si offrono e si ritraggono -, dei rapporti segreti e numinosi tra il genere umano e la Madre terra, è fare qualcosa che forse Joan Lindsay non si proponeva. “Se Picnic a Hanging Rock sia realtà o fantasia, i lettori dovranno deciderlo per proprio conto. Poiché quel fatidico picnic ebbe luogo nel 1900 e tutti i personaggi che compaiono nel libro sono morti da molto tempo, la cosa pare non abbia importanza” scrive l’autrice, accennando alla forte intenzione di consegnare alla memoria, non tanto un fatto straordinario, denso di significati, ma un mito. Cioè a dire un evento originario, vivente e da vivere al di là del tempo, presente come modello e ammonizione. E in effetti, ciò che fu di Miranda, bella come un cigno, di Marion, della signorina Greta McCraw e di tutte le persone connesse all’Appleyard College possiede del mito l’incanto semplice e autosufficiente. Di uno dei rarissimi miti moderni, venuto inevitabilmente dall’ultima terra che l’uomo ha diviso con le viventi forze primordiali.

 

Joan Lindsay, australiana di Melbourne, ha scritto (oltre a Picnic a Hanging Rock, 1967, da cui il regista australiano Peter Weir ha tratto un celebre, omonimo, e fedele film) il libro di memorie Time Without Clocks(1962).


(Dal libro Picnic a Hanging Rock, di Joan Lindsay, ed. Sellerio editore Palermo)

RaffaeleDori @ 12:46 | commenti (7)(popup) | commenti (7)